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Maurensig : ogni partita è una guerra contro l’infinito “ . PDF Stampa E-mail
martedì 24 dicembre 2013

Il Dio degli Scacchi

Maurensig : ogni partita è una guerra contro l’infinito

 
Meditate , scacchisti , meditate ..................................
 
Giocando con lo scrittore che racconta i segreti del divertimento "più violento del mondo" , di ANTONIO GNOLI
 
Fu Bobby Fischer a sostenere che gli scacchi sono una guerra. Non ci voleva una fantasia spregiudicata. Ma dirlo nel contesto di uno scontro con Boris Spassky, era un modo per dichiararla . Fischér non faceva Prigionieri . Della guerra gli scacchi ricordano gli schieramenti e le gerarchie : strategie di attacco e difesa , c'è la carne da macello , i pedoni , ci sono i nobili e la Regina che si raccolgono in difesa del Re .
Maurensig ripercorre nel romanzo l’ angeIo e a ritornare a raccontare storie scacchistiche. Più di vent'anni sono passati mi dice ed ho ripreso con un racconto lungo, I' ultima  traversa  che è la storia di Daniel Harrwitz la cui tornba è nel cimitero ebraico di Bolzano e quella di PauÌ Morphy. Maurensig è un signore tranquillo. Ha un aspetto solido, ordinato, diretto. Se fosse un pezzo della scacchiera sarebbe la torre. Vive, in una bella casa, con la moglie in un paesino non distante da Udine. Proviamo a ripercorrere insieme una partita che fu esemplare per Murphy. la giocò in Europa contro Louis Paulsen: Morphy gestiva i neri. Per conservare, dopo una serie di mosse, un'apparente parità sacrificarono i quattro cavalli. A quel punto Paulsen minacciò con la torre l'alfiere di Morphy. La situazione si fece incerta. Seguirono alcune mosse comprensibili ma complicate. PauÌsen provò uno scambio di donne che alleggerisse la pressione verso il centro. Se Morphy avesse accettato, la partita si sarebbe rimessa suÌ piano della parità. Ma qui scattò il colpo di genio dell'americano che sacrificò la propria donna contro l’alfiere. Fu una mossa azzardata che avrebbe potuto condurlo dritto alla sconfitta. Il tedesco era incerto. Fiutò il pericolo. Ci pensò due ore prima di decidersi e alla fine rnangiò la Regina. Il resto divenne una sequenza di mosse forzate. L'illusione di un vantaggio si risolse con una caccia al Re da parte di Morphy. Fu una delle partite più belle delle 500 che giocò in Europa. Mentre sulla scacchiera Maurensing ricostruisce le mosse, penso che al posto di Morphy non avrei mai avuto il coraggio di sacrificare la regina. Continua ...................... 
A
ugurissimi da ..............................
Carlo Vella

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 25 dicembre 2013 )
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Gli scacchi come gioco PDF Stampa E-mail
martedì 05 giugno 2007

prof.Di Paolo Marco 

GLI SCACCHI COME GIOCO

 

 

 

 

   Nei precedenti articoli abbiamo preso in esame due modi per molti versi antitetici di interpretare il gioco degli scacchi. Sia la lettura simbolica che quella logico-matematica, tuttavia, hanno come tratto comune quello di considerare gli scacchi come gioco in sé, senza cioè tenere presente l'effettiva esperienza ludica di chi lo pratica (a meno che questo non serva in qualche misura a confermare la tesi che si sta sostenendo a proposito degli scacchi astrattamente considerati). Per usare un paragone linguistico, su cui avremo modo di tornare più ampiamente in futuro, è come quando nello studio d una lingua si considera il significato delle parole e delle proposizioni indipendentemente dalle intenzioni e dall'uso effettivo che ne fanno i parlanti di quella lingua .Ciò che ci interessa a questo punto, invece, è proprio la nostra esperienza del giocare in quanto riferita agli scacchi. Se nella metafore cosmologica ci eravamo pensati come "pedine" di giocatori metafisici, proviamo ora a pensarci non più quali oggetti del gioco ma quali soggetti dello stesso.

   La prima considerazione che viene da fare a questo proposito, e che molti hanno certamente già fatto anche senza approfondirla, è che gli scacchi sono un gioco davvero strano, se si pensa alle immagini che immediatamente tendiamo ad associare alla parola "gioco": immagini di spensieratezza, di bimbi che corrono, ridono, cantano, ecc.

   Negli scacchi non si ride, non si parla, chi assiste non deve disturbare i giocatori; anche se è indubbio che ci si diverte. Se la serietà può riscontrarsi più o meno in ogni gioco (è noto che spesso gli stessi bambini giocano "seriamente"), essa sembra essenziale al gioco degli scacchi; e siccome ciò che si fa "sul serio" normalmente non lo si fa "per gioco", gli scacchi come paradigma del gioco serio sembrano contenere una contraddizione costitutiva. In qualche modo rilevano ciò, pur senza riflettervi oltre, A. Del Lago e P. A. Rovatti quando scrivono: "Si gioca inevitabilmente con la vita seria … e si immette serietà nei giochi. Senza questo doppio movimento, che si iscrive in un'oscillazione costitutiva, la vita seria non sarebbe sopportabile e il gioco non sarebbe divertente. Così un'attività seri deve essere interrotta da qualche momento di rilassatezza se vuole essere portata a termine, e d'altra parte un gioco, come gli scacchi, può durare un tempo interminabile perché è governato da regole serissime, pressoché sacre per chi lo gioca". Potremmo quindi considerare gli scacchi come un gioco di confine, in cui la stessa opposizione fra serio e faceto sembra appannarsi, o addirittura venire meno: se il superuomo di Nietzsche era "al di là del bene e del male", il giocatore di scacchi è forse "al di là del serio e del faceto", il che potrebbe essere non meno rivoluzionario rispetto all'atteggiamento comune. A molti di noi accade di assumere nella stessa vita un punto di vista tale per cui l'elemento ludico e quello tragico non siano più districabili. Certo l'analogia fra la propria vita e una partita di scacchi è un luogo comune letterario ma a nostro avviso si è meditato poco sull'effetto catartico che gli scacchi hanno rispetto ai drammi dell'esistenza.

   Per cercare di penetrare meglio il senso di tale serietà paradigmatica degli scacchi, proviamo però a procedere in modo un po' più sistematico. L'antropologo francese R. Callois ha proposto nel 1967 un'interessante classificazione dei giochi umani secondo quattro categorie, "a seconda che, nei giochi considerati, predomini il ruolo della competizione, del caso, del simulacro (cioè la finzione, ndr) o della vertigine". Gli scacchi, in quanto gioco agonistico, rientrano senz'altro nella prima categoria. In essi è infatti ridotto al minimo, se non annullato, il ruolo del caso: certo si può dire di avere avuto fortuna ad uscire da certe posizioni, ma non lo si sarebbe potuto fare muovendo a caso i pezzi, così come si lanciano i dadi. È molto difficile poi pensare cosa potrebbe significare la finzione negli scacchi: forse una mossa apparentemente ingenua che nasconde un tranello, ma il godimento qui non starebbe certo nella finzione stessa… Infine, sembra assolutamente escluso che nel giocare a scacchi si possa avere un qualche senso di vertigine, visto che il termine greco ilinx (turbine, sconvolgimento) usato da Callois per indicare i giochi in cui predomina il ruolo della vertigine, sembra suggerire una totale mancanza di controllo razionale. A questo proposito, Callois avanza anche la possibilità di disporre i vari giochi fra due poli, ove "a un'estremità regna, quasi incondizionatamente, un principio comune di divertimento, di turbolenza, di libera improvvisazione e spensierata pienezza vitale"], mentre "all'estremità opposta, questa esuberanza irrequieta è quasi totalmente assorbita, e comunque disciplinata, da una tendenza complementare… A questa seconda componente do il nome di ludus"[xi], che indica proprio il gioco dominato da regole ferree di cui gli scacchi sono il massimo esempio. Ritorna qui l'opposizione fra l'apollineo e il dionisiaco cui accennammo ne Gli scacchi come metafora[xii]. Tuttavia l'appartenenza degli scacchi ai giochi "apollinei" non è priva di ambiguità, forse perché gli estremi talvolta si toccano: un elemento dionisiaco lo si può ritrovare anche nel nostro gioco, poiché spesso le complicazioni presentano un fascino che non è fuori luogo definire "vertiginoso".

 

   Qui è opportuno riprendere in modo nuovo la stessa distinzione fra spirito apollineo e spirito dionisiaco, per vedere se non la si possa rileggere in un'ottica diversa. Ha scritto G. Giannantoni, storico della filosofia antica, che sia nella religione olimpica (apollinea) che in quella misterica (dionisiaca) traspare lo stesso "originario atteggiamento dei Greci di fronte al mondo. Si tratta di un atteggiamento contemplativo, visivo … la religione misterica si presenta essa stessa come una visione, anzi come la visione più acuta…"[xiii]. Tale atteggiamento risulta alla base della maturazione di un pensiero filosofico, come è testimoniato dalla derivazione del termine "idea" (eidos) dal verbo "vedere" (eidon), e perciò dalla sostanziale sinonimia di vedere e pensare nella cultura greca. Pensare è infatti vedere "con gli occhi della mente", e il filosofo è "colui che 'ama' guardare e sapere e perciò ricerca ciò che merita di essere guardato e conosciuto"[xiv]. Ora, sembra che l'origine degli scacchi c'entri proprio poco con la cultura greca, ma qui ci preme mettere in luce come negli scacchi, allo stesso modo che nella filosofia quale si è sviluppata in occidente, predomini un atteggiamento non tanto puramente razionale quanto soprattutto contemplativo-visivo, a differenza che negli altri giochi competitivi, caratterizzati dall'agon (lotta); negli scacchi infatti il movimento è inessenziale, e l'attività principale del giocatore consiste nel guardare attentamente la posizione. Per una strana inversione di prospettiva, però, là dove maggiormente si manifesta il movimento, la fisicità del giocatore, cioè nel gioco lampo, l'elemento visivo è ancora più accentuato, poiché non è esagerato dire che i più forti lampisti vedono le combinazioni senza calcolarle, e sono quasi in uno stato di trance, esattamente come chi si dice "posseduto" da una forza divina (proprio come avveniva nei culti misterici).

   Sviluppando l'analogia fra esperienza scacchistica ed esperienza filosofica, si può rilevare come sulla scacchiera tutto è visibile, anche se non tutto è evidente: vedere in senso scacchistico significa perciò superare la banalità del dato percettivo, significa vedere in profondità, così come "è proprio una caratteristica della filosofia  di investigare ciò che il senso comune ritiene noto"[xv]. In entrambi i casi si tratta di non considerare il dato come "ovvio", ma di volerne penetrare il senso (per la filosofia ciò è associato alla meraviglia di fronte al mondo).

   A questo punto si possono rileggere anche gli atteggiamenti apollineo e dionisiaco come due atteggiamenti antitetici che però possono benissimo coesistere nell'ambito dell'esperienza filosofica e, secondo noi, anche nell'ambito di quella scacchistica. Avevamo parlato nel precedente articolo del "fascino del quadrato", e poco fa di una sorta di "fascino per la vertigine" della complicazione: queste fascinazioni sembrano stare fra di loro così come stanno fra loro da un lato l'esasperazione razionalistica di certa filosofia e dall'altro un pensiero attratto dall'inesauribile complessità di ogni cosa. Se il Wittgenstein del Tractatus logico-philosophicus ben rappresentava la prima tendenza. Il Wittgenstein delle Ricerche filosofiche ben rappresenta la seconda: "un problema filosofico ha la forma: non mi ci raccapezzo"[xvi].

 

   Per quanto suggestiva sia questa interpretazione, in ciò che si è detto finora sembra che abbiamo trascurato due elementi fondamentali dell'esperienza scacchistica, peraltro collegati strettamente fra loro, almeno secondo l'apparenza: da un lato l'azione, l'attività fisica volta a mutare la configurazione dei pezzi sulla scacchiera; dall'altro la lotta che attraverso questa attività io ingaggio con il mio avversario. Tenendo conto di tali elementi, considerare l'esperienza del giocare a scacchi sostanzialmente contemplativa potrebbe sembrare un azzardo. In realtà il primo elemento sembra inessenziale, e il secondo può essere reso compatibile con la nostra lettura.

   Per quanto riguarda l'azione, è importante ribadire che il movimento effettivo è totalmente subordinato al movimento ideale, intenzionale. Per esempio, il gesto maldestro che nell'esecuzione di una mossa mi fa abbattere il mio re non produce alcuna conseguenza; ed è quasi inutile ricordare che il modo effettivo in cui la mossa viene eseguita può variare moltissimo (posso far muovere qualcun altro per me, come posso giocare con o attraverso il computer). Ma non solo il modo: anche il risultato dell'esecuzione è già totalmente predeterminato in modo ideale, a differenza che nei giochi dove non tutto è visibile come sulla scacchiera. Nei giochi di carte, per esempio, quando le carte vengono "scoperte" di norma non si sa prima cosa apparirà. Questo riferimento allo scoprire ci suggerisce qui un altro paragone: gli scacchi, si vorrebbe dire, stano alla filosofia e alle scienze pure così come le carte stanno alle scienze empiriche, in cui alla teoria deve sempre fare seguito la verifica sperimentale, e il pensiero senza l'azione non ha alcun valore. Certo anche negli scacchi spesso si esegue una mossa senza averne calcolato bene le implicazioni, e se ne verificano poi le conseguenze, ma questo procedere per così dire empiristico non  si presenta quasi mai da solo: sarebbe come una rinuncia a vivere il gioco nella sua essenzialità, e difficilmente un giocatore andrebbe fiero di condurre le sue partite in questo modo; si tratta piuttosto di un procedere "a vista" (il vedere, ancora una volta!), non essendo opportuno rischiare la vertigine di un calcolo sovrumano (di cui si diceva) od essendo già passati per essa. Anche qui comunque si riconferma il carattere contempalativo-visivo del gioco: sia che si proceda in modo discorsivo (se… allora…) sia che si proceda in modo intuitivo, quando si "sente" che la continuazione è quella giusta, non si esce dalla dimensione visiva/riflessiva: quel sentire è ancora sostanzialmente un vedere, in cui l'elemento sensibile e quello intellettuale non sono scindibili.

 

   Ma torniamo al rapporto fra pensiero e azione, e veniamo ora all'aspetto agonistico del gioco. Con un ardito utilizzo di categorie del pensiero marxista, qualcuno potrebbe sostenere che l'elaborazione del piano di gioco e la sua esecuzione stanno fra loro come la teoria e la prassi. Per rendere ancora più ardito questo accostamento, l'esecuzione delle mosse potrebbe essere interpretata come il passaggio dal piano filosofico (teorico) a quello politico (praxistico). Ciò non solo sarebbe in accordo con l'ampio uso che il linguaggio politico-strategico fa della metafora scacchistica, ma renderebbe ragione della collocazione degli scacchi fra i giochi essenzialmente competitivi, dato che la politica è vista, in un'ottica marxista ma non solo, essenzialmente come lotta. Qui siamo giunti al secondo elemento che pare in contrasto con la nostra interpretazione: gli scacchi sarebbero un esempio eccellente della possibilità di trasformare il mondo legata alla conoscenza che si riesce ad avere di esso[xvii].

   Nonostante la suggestione che questo punto di vista possiede, non sembra che questo paragone regga. Infatti è senz'altro vero che gli scacchi sono un gioco agonistico, ma l'elemento agonistico sembra soprattutto un'occasione per entrare in rapporto con la scacchiera. Se si concepisse quale scopo del gioco semplicemente la vittoria, si resterebbe stupiti dal fatto che il mezzo (cioè la riflessione) sia più importante dello scopo. La vittoria in realtà non viene perseguita per sé, ma per dimostrare che il pensiero che l'ha prodotta era migliore. C'è dunque una curiosa inversione fra mezzo e scopo. Ecco perché negli scacchi, come in filosofia e diversamente che in politica, non ha senso essere "machiavellici": chi lo fosse non sarebbe certamente un giocatore che ama il gioco. L'importanza delle analisi del dopo-partita è un'ulteriore conferma che il sapere/vedere ha la preminenza sul vincere: come potrebbe altrimenti essere consolante scoprire che la variante scelta era la migliore, malgrado poi si abbia perso? Si può quasi dire che negli scacchi la lotta è per l'affermazione della teoria "più vera", ed è come se i giocatori, per quanto siano fisicamente avversari, lottassero insieme per lo stesso obiettivo. Certo, poiché non si può sapere conclusivamente quale sia la teoria più vera, la lotta sembra essere infinita: e qui c'è un'ulteriore analogia con il pensiero filosofico, in quanto il contrasto fra le diverse filosofie sembra essere ugualmente eterno…

   Che gli scacchi siano più affini alla filosofia intesa come riflessione/contemplazione che alla politica sembra confermato anche dalla condanna che in questo mondo tecnicistico accomuna filosofi e scacchisti in quanto cultori di un sapere inutile, non volto ad incidere sulla realtà.

   In conclusione si può dire perciò che la filosofia, riflettendo sull'esperienza ludica degli scacchi, è condotta a trovare in se stessa quale ricerca puramente contemplativa (e quindi disinteressata) i principi di quell'esperienza.

 

 

 



[i] cfr. n. 3/95 e 5/95

[ii] sul contrasto fra significato e uso si gioca il passaggio dalla filosofia del linguaggio del "primo" Wittgenstein a quella dell'"ultimo" Wittgenstein.

[iii] quanto diremo qui è ancora una volta in buona parte applicabile a quasi tutti i giochi di scacchiera, di cui gli scacchi sono l'esempio principe.

[iv] evidentemente non ha qui senso tener conto delle deformazioni che tutti i giochi agonistici assumono non appena entra in gioco l'interesse; che il professionista giochi per denaro e non per il piacere di giocare è cosa da considerarsi in sede di sociologia più che di filosofia del gioco.

[v] A. Dal lago, P.A. Rovatti, Per gioco. Piccolo manuale dell'esperienza ludica, Cortina, Milano, 1993, p. 11.

[vi] Al di là del bene e del male è proprio il titolo di un'opera del 1886 del pensatore tedesco, edita in it. Da Adelphi nel 1968.

[vii] e non solo. Mi vengono qui in mente le parole di una canzone di R. Vecchioni: il leader della parte chiara / pianse di rabbia quella sera / seduto sopra la sua vita / perduta come una partita, Canzonenoznac, in Ipertensione.

[viii] cfr. R. Callois, I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine, tr. it. Bompiani, Milano, 1981.

[ix] ivi, p.29.

[x] ivi.

[xi] ivi.

[xii] cfr. n. 3/95.

[xiii] G. Giannantoni, I precocratici, in Storia della filosofia diretta da M. Dal Pra, Vallardi, Milano, 1975, vol III, parte I, cap. 1, pp. 15-16.

[xiv] ivi, p. 16.

[xv] Hegel, Introduzione alla storia della filosofia, tr. it. Laterza, Bari, 1991.

[xvi] L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, 1953, tr. it. Einaudi, Torino, 1967, par. 123.

[xvii] È fin troppo nota la sentenza di K. Marx contenuta nell'undicesima tesi su Feuerbach: "i filosofi hanno soltanto variamente interpretato il  mondo, ma quello che importa è di modificarlo".

Ultimo aggiornamento ( venerdì 08 giugno 2007 )
 
Gli scacchi come modello PDF Stampa E-mail
martedì 05 giugno 2007

Prof. Di Paolo Marco

GLI SCACCHI COME MODELLO
 

 

Se nel precedente articolo abbiamo visto gli scacchi come rappresentazione del mondo inteso quale cosmo ordinato, seguendo l’opinione di coloro che ritengono l’ordine essere la caratteristica essenziale del mondo reale, contrapposta al caos primigenio, ora vedremo invece come gli scacchi possano essere intesi ancora come rappresentazione del mondo ma non tanto in senso fisico quanto in senso logico. Questo “universo logico” sta all’universo esistente così come la categoria della possibilità sta a quella della realtà. Per chiarire questo rapporto possiamo partire dalla considerazione che i fatti del mondo quale lo conosciamo potrebbero benissimo essere diversi da quello che sono, che le stesse “leggi di natura” potrebbero benissimo non esserci, o potrebbero esservene altre. Infatti è chiaramente immaginabile un mondo in cui, per esempio, gli asini volino, o si possa passare attraverso i muri, ecc. Ora, tutto ciò che è immaginabile, o comunque concepibile, è logicamente possibile, anche se di fatto è impossibile. Non è però concepibile, ad esempio, un mondo in cui esistano dei quadrati rotondi: sarebbe un’ipotesi impraticabile e perciò logicamente impossibile. Si può dunque affermare che il limite dell’universo logico, di ciò che è logicamente possibile, è un limite di pensabilità. Concepire gli scacchi come rappresentazione di tale universo logico equivale allora, in un certo senso, a concepirli come rappresentazione del nostro stesso modo di pensare. Si potrebbe obiettare che c’è una differenza fondamentale fra le regole del pensiero scoperte dalla logica e le regole del gioco degli scacchi: queste ultime sono arbitrarie mentre le prime ci sembrano assolute. Anche se c’è una parte di verità in tale obiezione (che comunque non colpirebbe il carattere rappresentativo del gioco), le cose non paiono oggi così chiare come un paio di secoli fa; la stessa logica, infatti, ha subito un processo di assiomatizzazione come la matematica, e viene solitamente presentata in modo rigorosamente simbolico-deduttivo, a partire da definizioni, assiomi, regole di inferenza . Ora, gli assiomi di un calcolo logico, sebbene non siano scelti a caso, sono in linea di principio arbitrari come le regole degli scacchi. Esistono di conseguenza diverse logiche così come esistono diversi giochi di scacchiera (dama, scacchi, xiang-qi, etc.). Requisito essenziale di un calcolo logico così come degli scacchi, intesi qui come modello di calcolo logico , è comunque quello della coerenza, cioè della non contraddittorietà. Evidentemente, per quanto riguarda gli scacchi, la non contraddittorietà è garantita dal fatto che non vi sono regole fra loro incompatibili. Un caso di contraddizione lo si potrebbe rilevare, curiosamente, in occasione dello scacco matto: secondo le regole del gioco infatti è obbligatorio parare lo scacco eseguendo certe mosse ed è allo stesso tempo vietato farlo; ci troviamo cioè di fronte a qualcosa di contemporaneamente necessario ed impossibile. Non stupisce perciò che a questo punto il gioco abbia termine; e non è casuale che le mosse illegali non vengano punite ma ritirate: consentirle, sia pure prevedendo una penale, equivarrebbe infatti a distruggere la natura logica del gioco. A questo punto si può evidenziare l’aspetto più interessante di questo approccio. Il filosofo e matematico tedesco G.W. Leibniz aveva introdotto già tre secoli fa la distinzione fra verità di ragione e verità di fatto. Le prime sono le verità necessarie, quelle cioè il cui contrario implica contraddizione; tutte le verità logico-matematiche sono di questo tipo poiché, indipendentemente da come vada il mondo, hanno valore. Le verità di fatto invece sono contingenti, poiché il loro contrario non implica contraddizione: è un fatto che le cose stiano come stanno, ma avrebbero potuto benissimo non stare così. Ora, negli scacchi questa distinzione corrisponde a quella fra le definizioni del significato dei pezzi e le regole del gioco da un lato e la descrizione delle partite effettivamente giocate dall’altro. Definizioni e regole sono sempre “vere”, indipendentemente da quali mosse vengano di fatto eseguite; si può anche dire, tornando al caso delle mosse illegali, che una partita in cui siano presenti mosse illegali non è affatto una partita a scacchi ma qualcosa per noi affatto incomprensibile, così come un mondo che contenga dei quadrati rotondi (per riprendere l’esempio di apertura). Nell’ambito della “legalità” è però possibile giocare un numero immenso (per quanto finito) di partite, e nell’ambito di ogni partita è vero che certe mosse sono state giocate, ma è solo contingentemente vero: avrebbero benissimo potuto non essere giocate, nel qual caso ci saremmo trovati di fronte ad un’altra partita possibile che però di fatto non è stata giocata. Gli scacchi si prestano perciò molto bene a chiarire la distinzione leibniziana fra mondo attuale e mondi possibili : ogni partita possibile, rispetto all’universo logico degli scacchi, è come un intero mondo possibile, ed il mondo attuale (quello in cui ci troviamo) è di volta in volta rappresentato dalla partita che stiamo giocando ; esso è la realizzazione di una delle successioni logicamente possibili di eventi così come la nostra partita è la realizzazione di una delle successioni logicamente possibili di mosse. Si può anche dire che tutte le partite possibili sono lì, nello spazio logico, fuori dal tempo, che aspettano di essere giocate, e che noi, giocandole (svolgendole, cioè, nel tempo) le facciamo passare dalla potenza all’atto di esistere (per usare un linguaggio aristotelico-tomista), così come Dio, nella concezione di Leibniz, dà l’esistenza al mondo “scegliendolo” fra gli infiniti mondi possibili. Questa immagine può essere almeno in parte in grado di spiegare anche il fascino che molti giocatori provano di fronte alla scacchiera: essi hanno l’impressione di partecipare ad una vera e propria creazione. E’ da notare a questo proposito che l’aspetto agonistico del gioco passa qui assolutamente in secondo piano, anzi risulta addirittura un ostacolo; si narra che il grande Aleckine fosse indisposto dal fatto che i suoi avversari spesso non giocavano le mosse migliori, impedendogli così di realizzare le combinazioni più belle . Evidentemente qui c’è un atteggiamento di tipo estetico-metafisico: non si ricerca tanto la vittoria quanto la realizzazione della partita più bella, quella che, come il migliore dei mondi possibili di Leibniz, contenga il massimo di perfezione (Naturalmente, anche se ci si può “sentire Dio” giocando una partita “immortale”, la miglior partita possibile potrebbe giocarla solo Dio contro se stesso). Tutte queste considerazioni ci aiutano a capire perché il gioco degli scacchi abbia affascinato tutti coloro che si sono sforzati di attribuire al mondo una struttura logica. Essi hanno più o meno inconsciamente interpretato il mondo a partire dal gioco degli scacchi. Ciò è assai più dell’uso della metafora scacchistica in particolari ambiti, per esempio in quello politico dove si parla dello “scacchiere mediorientale” o di una “abile mossa diplomatica” di questo o quel governo: essi hanno pensato ogni evento come se fosse paragonabile ad una mossa del gioco. Se gli scacchi come insieme consistente di regole ci si erano mostrati come modello di calcolo logico, gli scacchi come insieme di tutte le successioni logicamente possibili di mosse ci si sono mostrati come modello di tutti i mondi possibili, e perciò anche del nostro: essi consentono perciò di gettare un ponte fra Pensiero e Mondo. Per quanto il mondo sia assai più complesso di una partita a scacchi, anche solo per la quantità enorme di enti (cose) che vi “entrano in gioco” rispetto all’esiguo numero dei pezzi degli scacchi (trentadue, di soli sei tipi), l’intreccio delle connessioni fra questi pezzi è almeno tale da rendere l’idea di quella complessità e soprattutto da suggerire un’altra idea: che la stessa complessità del mondo (della vita) non sia un groviglio per principio inestricabile ma sia in realtà una complicazione di fenomeni semplici, così come una configurazione complessa sulla scacchiera è riducibile alla posizione dei singoli pezzi (anche se, evidentemente, solo una mente divina, che cogliesse tutte le connessioni, potrebbe avere la percezione chiara di tale semplicità di fondo del tutto). Un atteggiamento del genere è particolarmente evidente nel Tractatus logico-philosophicus (1921) dell’austriaco L. Wittgenstein , principale espressione di quella particolare metafisica che fu l’atomismo logico . L’idea guida del Tractatus è proprio quella che il mondo, dietro l’apparente caoticità, sia dominato da una razionalità statica, ben rappresentata dall’immagine del quadrato , simbolo che richiama idee di uguaglianza, simmetria, immobilità, semplicità. A differenza che nella concezione dialettica, di cui al mio precedente articolo, la varietà e il contrasto sono esclusi dal mondo, così come i colori sono esclusi dalla scacchiera, i cui quadrati sono ora bianchi, ora neri, accostati più che contrapposti, non mescolati, semplici e privi di ombre così come si vorrebbe l’intera realtà; la stessa scacchiera non è che una complicazione di quadrati, un “quadrato di quadrati”. E’ da sottolineare che non c’è più l’opposizione fra Bianco e Nero che c’era nella concezione dialettica, anche perché la dimensione etica (Bene-Male) è ora esclusa dal mondo (ed abbiamo già visto come il carattere agonistico degli scacchi sia qui inessenziale). Bianco e Nero sono qui più facilmente associabili a Vero e Falso, i possibili valori di verità delle proposizioni: come ogni casa della scacchiera è o bianca o nera, così ogni proposizione sensata sul mondo è o vera o falsa, in quanto riducibile in ultima analisi a una o più proposizioni su fatti atomici che o sussistono o non sussistono , senza alcuna ambiguità. Viene qui spontaneo il riferimento al grande sviluppo che l’informatica ha avuto in campo scacchistico: la logica binaria su cui essa è costruita consente di ridurre un fenomeno complesso ad una successione di unità informative semplici; una serie di 0 e di 1 equivale ad una serie di V(vero) e di F(falso). Non stupisce quindi che l’informatica abbia trovato proprio negli scacchi un campo di applicazione ideale, in quanto essi consentono per definizione questa analisi riduzionistica. Si può concludere allora che l’informatico e lo scacchista, nelle loro rispettive attività, sono entrambi sotto il “fascino del quadrato”, mentre “vedere il mondo” sotto la forma del quadrato è l’esasperazione filosofica di tale atteggiamento.

 
Gli scacchi come metafora PDF Stampa E-mail
martedì 05 giugno 2007



Prof. Di Paolo Marco

Scacchi e filosofia

 

          

   Il gioco degli scacchi ha sempre affascinato conoscitori e non per essere emblema di esercizio razionale puro, “scontro di cervelli” per eccellenza. Anche le avversioni da esso suscitate sono in buona parte sintomo della profonda inquietudine di chi avverte con disagio tale manifestazione di abilità intellettuale. Questo disagio non è dato tanto da un senso di inferiorità verso lo scacchista (che si può provare allo stesso modo verso qualsiasi persona competente in qualsiasi campo dello scibile) quanto dalla percezione della distanza che separa il giocatore di scacchi dal “consorzio umano”: è come se egli si isolasse dal mondo dell’esperienza quotidiana e lo mettesse fra parentesi per vivere in un mondo ideale ad esso quasi totalmente estraneo.

    In questo senso si viene a stabilire nell’immaginario collettivo una naturale affinità tra la figura del giocatore di scacchi e quella del filosofo, che per il senso comune è ancora pensato sul modello del saggio platonico: in entrambi si avverte la medesima tensione ideale; entrambi sono visti come portatori di una “stranezza” che non vale la pena sforzarsi di comprendere. Non è un caso se la curiosità popolare si è sempre soffermata sugli aspetti stravaganti della vita così dei grandi filosofi come dei grandi scacchisti: quanto più li si può mettere al loro posto quali persone non completamente normali, o addirittura psicopatiche, tanto più ci si sente tranquilli.

    Nella nostra cultura imbevuta di tecnicismo, poi, la cosa si spiega ancora più facilmente: scacchi e filosofia rappresentano, in modi diversi, dei paradigmi di attività razionale “inutile”, cioè senza scopi pratici, nemmeno mediati; dunque, per la mentalità comune, degli esempi da non imitare di spreco di energie intellettuali.

   Ciò che più infastidisce, pare, è il carattere di sforzo logico-argomentativo che tali attività comportano; non si percepisce infatti la stessa distaccata avversione nei confronti di attività altrettanto inutili ma dettate da un impulso interiore (come tutte le forme artistiche) o da pura curiosità. L’argomentare filosofico, si può anche dire, è visto come un inutile “gioco di parole”, fine a se stesso e che lascia tutto come era prima, allo stesso modo che una partita di scacchi: non rende questo mondo più bello né produce una conoscenza maggiore di esso, non è che vano esercizio logico.

   Ora, si può presumere che, se un analogo sospetto dei più e un’analoga estraneità al mondo comune avvicinano il filosofo e il giocatore di scacchi, l’affinità tra scacchi e filosofia non risieda solo nell’atteggiamento di chi li pratica/fa/gioca o di chi li giudica dal di fuori, ma trovi le sue radici in qualcosa di più profondo, in qualche elemento non marginale della vita spirituale dell’uomo.

 

 

1.GLI SCACCHI  COME  METAFORA

 

   Consideriamo anzitutto gli scacchi nel loro significato simbolico. Tutti sanno che essi sono una metafora della guerra, ma già qui è necessario fare una precisazione: non si tratta certo di una guerra primitiva, manifestazione di forza bruta, ma di una guerra condotta secondo regole ben precise, ove vince chi è in grado di applicare la strategia migliore . Fra le due divinità della guerra dell’Olimpo greco, modello di forza scacchistica sarebbe Minerva e non Marte; ciò è curioso, perché la forza della ragione appare in questa prospettiva come una forza “al femminile”, contrariamente a quanto si pensa di solito.

   Per non uscire dal mondo classico, viene qui spontaneo pensare a quella contrapposizione fra i due aspetti, apollineo e dionisiaco, dell’ethos greco, e alla sua rilettura da parte di Nietzsche nel secolo scorso. Se lo spirito dionisiaco rappresenta la spontaneità vitale, l’istinto, mentre lo spirito apollineo rappresenta l’equilibrio, la misura razionale, gli scacchi non possono che essere l’espressione dello sbilanciamento della cultura in senso apollineo e perciò, per chi la pensa come Nietzsche, del “depotenziamento” dell’essere umano, della negazione della sfera istintuale, della prevalenza dei deboli sui forti. Da questo punto di vista anche il carattere ludico degli scacchi sarebbe una degenerazione: contrapposto al gioco del bambino, simbolo della libera creatività dell’essere umano, il gioco degli scacchi sarebbe al contrario il simbolo della schiavitù dell’uomo, della sua incapacità di evadere dalla gabbia razionale che egli stesso si è creato.

 

   Gli scacchi, come molti sanno, simboleggiano anche dei rapporti sociali. Nella forma definitiva che noi stessi conosciamo possono essere interpretati come la cristallizzazione della società europea tradizionale suddivisa in ordini: dopo i regnanti, in ordine di importanza/vicinanza, abbiamo il clero (in inglese, l’alfiere è il vescovo, bishop), la nobiltà (sempre in inglese, il cavallo è in realtà il cavaliere, knight), la borghesia e infine i contadini (come sono detti rispettivamente in spagnolo, peon, e in tedesco, bauer, i pedoni). Come si vede, alle regole della guerra corrispondono ben determinati ruoli sociali che, data la natura del gioco, si presentano come immodificabili. Anzi, la struttura degli eserciti pare suggerire che la guerra si possa vincere solo se il popolo che la combatte rispetta l’ordine, ove questo ordine non è solo umano ma è pensato come “voluto da Dio”.

   E qui veniamo all’elemento più suggestivo del simbolismo scacchistico, che è poi quello teologico-metafisico, e perciò “filosofico” per eccellenza. Gli scacchi paiono simboleggiare non solo la guerra e non solo la società, ma anche il mondo naturale: possono essere visti come una rappresentazione mitica del cosmo, cioè dell’universo ordinato. Ciò non deve stupire in quanto, fin dall’origine della riflessione filosofica, l’idea di un ordine naturale si è sviluppata da e in relazione con quella dell’ordine umano, l’idea di legge naturale da quella di legge civile. Per attenersi alle fonti del pensiero occidentale, basti rilevare che tutta la mitologia greca non è che un’interpretazione in termini umani degli eventi naturali. Nelle teogonie e cosmogonie a noi pervenute non solo i cataclismi, per esempio,  sono intesi come manifestazioni della collera divina, ma la stessa unione e separazione degli elementi naturali è pensata come prodotta dalle forze contrapposte dell’amore e dell’odio, oppure come espressione di giustizia e ingiustizia, ecc. Ora, cosa hanno a che fare gli scacchi con tutto ciò? L’accostamento è fin troppo ovvio: essi, rappresentando la guerra, la contesa, illustrano il mondo come essenzialmente dominato dalla contesa fra due principi opposti e quindi contengono simbolicamente quello che sarà il nocciolo della concezione dialettica della realtà, che da Eraclito ad Hegel ha un posto così importante nella storia della filosofia. Eraclito, padre del pensiero dialettico, scriveva: “Polemos (la Guerra) è padre di tutte le cose, e di tutte signore”. Ciò significa che non solo le cose sono in contrasto fra loro, ma che non sono nulla al di fuori di tale contrasto, e che l’armonia dell’universo non si crea eliminando il contrasto ma proprio grazie ad esso. Non sono forse gli sacchi l’espressione più limpida di tale verità?

   Questa analogia può tuttavia essere arricchita. La contrapposizione sulla scacchiera è una contrapposizione netta, fra Bianco e Nero, non vi sono valori cromatici intermedi. Ciò ha anche un valore metafisico e morale insieme: i due principi che si contendono l’universo sono radicalmente in contrasto fra loro come la Luce e la Tenebra, ed il primo ha carattere positivo, è il Bene, Dio, il secondo ha carattere negativo, è il Male, il Demonio. Quasi inutile osservare come la metafora Luce-Tenebra sia stata utilizzata dal pensiero religioso in ogni tempo e luogo. Più interessante rilevare che l’immagine dei due principi contrapposti sembra più compatibile con una concezione manichea che con una cristiana (anche se quando si analizza un fenomeno culturale in termini simbolici l’interpretazione non è mai univoca, per cui non si possono escludere altre letture).

   Il vantaggio del tratto lascia poi supporre una prevalenza del principio positivo su quello negativo; in realtà, però, questo è solo un vantaggio iniziale, e può essere anche interpretato pessimisticamente quale presagio della disfatta finale: nel film di Bergman Il settimo sigillo la sconfitta del cavaliere che sfida a scacchi la Morte (la quale ovviamente conduce i neri) appare come ineluttabile.

   Il contrasto vita-morte, comunque, può essere letto in due modi, entrambi suggeriti dal gioco degli scacchi e dallo stesso film di Bergman. In un primo senso, ovvio, Il Bianco simboleggia il principio di vita, il Nero quello di morte; in un altro senso, meno ovvio ma più in accordo con la concezione dialettica, il contrasto stesso rappresenta la vita, mentre la fine della partita, e quindi del contrasto, la morte. Lo scacco matto rappresenta lo scacco ultimo, che non si può parare e che mette fine alla contesa e perciò alla vita. Non è un caso che uno dei temi dell’esistenzialismo contemporaneo sia proprio quello dello “scacco” che ciascuno è condannato a subire di fronte alla prospettiva della morte e che è un ingrediente essenziale della consapevolezza della propria finitezza..

   Inoltre, si può dare una lettura esistenziale anche del carattere esasperato che la contesa Bianco-Nero esprime. Essa infatti non coinvolge solo i due schieramenti contrapposti ma anche l’interno di ogni singolo schieramento, dato che lo stesso terreno di lotta (la scacchiera) è ambivalente, ed ogni singolo schieramento possiede, per esempio, un alfiere campochiaro e uno camposcuro. Ciò può significare, fuori di metafora, che ogni aspetto dell’esistenza è duplice e risente del contrasto fra i due principi, che per esempio la morte non è solo il limite estremo, ciò che mette fine alla vita, ma che ne è una componente essenziale (si è detto che la nostra esistenza è avvolta interamente in una “atmosfera di morte”); che ogni sentimento positivo ne include anche uno negativo, e così via. Così, il gioco degli scacchi ci si è prospettato non solo quale rappresentazione fisica del mondo, ma anche quale rappresentazione psichica della condizione umana.

   Per concludere questa lettura simbolico-metafisica degli scacchi, si può fare riferimento agli scacchi come gioco ed al fatto che nel quadro prima delineato del mondo saremmo autorizzati a sentirci “pedine” di giocatori trascendenti, che determinano le nostre azioni secondo un ordine a noi sconosciuto. Lasciamo interpretare a chi legge quest’altro frammento di Eraclito (che richiama fra l’altro un tema di Nietzsche già riferito): “Aiòn (il Tempo) è un fanciullo che gioca, muovendo le tessere di una scacchiera; la signoria è di un bambino”.

Ultimo aggiornamento ( martedì 05 giugno 2007 )
 
Le simultanee PDF Stampa E-mail
domenica 06 maggio 2007
Le simultanee
Le esibizioni in simultanea, nelle quali cioe' un solo campione affronta contemporaneamente piu' avversari, hanno sempre richiamato l'attenzione e la curiosita' degli appassionati ma anche e forse soprattutto dei meno esperti. Esibizioni in simultanea sono note e tramandate sin dai tempi di Dante.

Pietro da Ravenna, celebre giureconsulto del XV secolo, che aveva una straordinaria memoria, cosi la magnifico' nella sua opera "Phaenix, sive ad artificialem memoriam comparandam brevis quidem et facilis, sed re ipsa et usu comprobata introductio" (Venezia 1491): "Io giocava agli scacchi, un altro giocava ai dadi, un altro scriveva i numeri che da essi formavansi ed io al tempo stesso dettava due lettere, secondo l'argomento propostomi. Poiche' fu finito il gioco, io ripetei tutte le mosse degli scacchi, tutti i numeri formati dai dadi, e tutte le parole di quelle lettere cominciando dalle ultime."

Il primo a giocare contemporaneamente contro 100 avversari fu lo svizzero Hans Fahrni, a Monaco nel 1911; il suo risultato fu di 55 vinte, 6 perse e 39 pari; il tempo impiegato fu di sette ore e mezza.

Il miglior risultato sulle 100 partite, ovviamente contro avversari qualificati, sembra essere quello di Capablanca che nel 1922 a Cleveland, Ohio, gioco' 103 partite, vincendone 102 e pareggiando l'ultima, in sette ore.

Un altro buon risultato fu quello di Miguel Najdorf, polacco di origine poi naturalizzato argentino, a San Paolo del Brasile nel 1950: in undici ore gioco' 250 partite, vincendone 226, perdendone 10 e pareggiando le restanti 14.

Il record di resistenza scacchistica e' del grande maestro svedese Anders Gideon Stahlberg (1908-1967), che nel 1940 a Buenos Ayres si e' esibito per 36 ore e 5 minuti; giocando continuamente su 40 scacchiere (via via che una partita finiva ne iniziava subito un'altra) alla fine raggiunse il traguardo di 400 partite con 364 vittorie, 14 pareggi, 22 sconfitte; l'esibizione ebbe inizio alle ore 22 di venerdi 21 agosto 1941 e si concluse alle ore 10 della mattina di domenica 31.

Il record per il maggior numero di partite disputate e' stato stabilito a Sarajevo nel settembre 1991 da Bojan Kurajica, ex campione del mondo dei giovani, che in 26 ore ha giocato 666 partite per un totale di 237.481 mosse; risultato finale: 570 vinte, 83 pari, 13 perse.

Il record precedente era stato stabilito il 7 ottobre 1984 a Colonia da Vlastimir Hort, di origine cecoslovacca, ma dal 1985 cittadino della Germania Occidentale che ha giocato in un tempo totale di 32 ore e mezza consecutive 663 partite contro 509 avversari, realizzando l' 86% dei punti.
E' stato calcolato che per spostarsi da una scacchiera all'altra abbia percorso complessivamente 45 chilometri; alla fine aveva perso tre chili.

Il precedente record era dello spagnolo Larraaga, con 606 partite disputate nell'arco di 31 ore e 42 minuti.

In occasione del festival mondiale della Gioventu' svoltosi a Mosca nel 1985 fu organizzata una grandiosa simultanea, che avrebbe dovuto vedere in campo 50 maestri, ciascuno contro 20 avversari, per un totale di mille scacchiere. A causa di qualche defezione sia tra i giocatori sia di uno dei maestri, alla fine le partite realmente giocate furono solo 971, con 829 punti realizzati dai maestri.

Il piu' rapido
Nel gennaio 1922 Frank Marshall a Montreal gioco' 155 partite (126 vinte, 21 pari, 8 perse) in sole 7 ore e 15 minuti.
 

Il ... meno bravo
Nel 1951 a Mosca Robert G. Wade, maestro internazionale inglese, affronto' 30 giovani studenti di un club cittadino (tutti al di sotto dei 14 anni) e non riusci a vincere neanche una partita! Il risultato finale fu infatti di 10 pareggi e 20 sconfitte.


In Italia
Il record italiano in simultanea e' di Sergio Mariotti che il 3 dicembre 1994 a Potenza, nell'ambito della manifestazione Telethon, ha disputato 112 partite.
E' inseguito ... a una lunghezza dal maestro siciliano Davide Isonzo che il 31 maggio 1997 ha giocato a Siracusa 111 partite (+85 =19 -7).



Le simultanee alla cieca
Sin dalla sua diffusione presso gli Arabi, il gioco degli scacchi ha permesso ai suoi cultori di stupire i profani con esibizioni nelle cosiddette 'simultanee', in cui un giocatore si batte contro piu' avversari, o in partite "alla cieca" cioe' effettuate senza guardare la scacchiera.
Nel gioco alla cieca le mosse vengono dette a voce e il giocatore in esibizione deve far conto solo sulla sua memoria. Ovviamente quando si gioca alla cieca in simultanea si raggiunge il massimo.
Ci sono testimonianze storiche di giocatori arabi dell' ottavo e nono secolo dopo Cristo che riuscivano a giocare due partite contemporaneamente.

Nel tredicesimo secolo, quindi piu' o meno ai tempi di Dante, uno di questi arabi, di nome Buzzecca, si esibi' a Firenze: in una sfida pubblica affronto' i migliori giocatori della citta' in una simultanea su tre scacchiere, su due delle quali giocava alla cieca.
Il risultato finale fu di due vittorie e un pareggio a favore dell'arabo; l'avvenimento venne registrato dal Villani, che nella sua "Cronica" annota:
"In questi tempi venne in Firenze un Saracino ch'avea nome Buzzecca ed era il migliore maestro di giocare a' scacchi, e in su il palagio del popolo dinanzi al conte Guido Novello giuoco' a una ora a tre scacchieri co' migliori maestri di scacchi di Firenze, con gli due a mente e coll'altro a veduta, e gli due giochi vinse e l'uno fece tavola, la qual cosa fu tenuta in grande meraviglia."
Similmente il Pucci gli dedico' un paio di terzine nella sua opera "I cantari":
In questo tempo arrivo' in Fiorenza
un saracin ch'ebbe nome Buzzecca
che degli scacchi seppe ogni scienza
Secondoche' lo scritto innanzi reca
con tre buon giocatori e tre scacchieri
gioco' e vinse i due e 'l terzo imbieca


Il record di Buzzecca era destinato a resistere per alcuni secoli, dato che fu ufficialmente battuto solo nel 1783 ad opera del grande giocatore francese Francois Andre' Danican Philidor.
Philidor, nel luglio 1783, gioco' tre partite in simultanea alla cieca e la cosa desto' grande sensazione; l'avvenimento si svolse in Inghilterra, al Parsloe's Chess Club di Londra e tale fu il successo che Philidor prosegui' nell'esibizione per parecchi mesi.


Questo sforzo di memoria venne registrato come straordinario anche nella famosa "Encyclopedie" francese del periodo illuminista e spinse Diderot, medico di Philidor, a scrivergli da Parigi affinche' smettesse con quelle esibizioni, poiche' "e' stupido correre il rischio di diventare pazzi per appagare la propria vanita'".

Il record di Philidor resistette per oltre settanta anni, per la precisione fino all'ottobre del 1857, quando (durante una giornata di riposo del torneo di New York) Louis Paulsen gioco' in simultanea alla cieca quattro partite.

Tre le vittorie e una sconfitta, quest'ultima proprio contro Paul Morphy, che pure giocava alla cieca.


Paulsen e Morphy a questo punto fecero a gara per migliorare il record: alla fine del torneo di New York, Paulsen porto' il record a cinque partite, realizzando quattro vittorie e un pareggio. Poi nel marzo del 1858 a Dubuque arrivo' a sette.
Nel 1859 fu Morphy a portare il record a otto partite con una esibizione a Parigi - sei vittorie e due pareggi - e poi con una esibizione a Manchester - sette vittorie e un pari. Da notare che Morphy nelle sue esibizioni alla cieca perse in totale una sola partita, nel 1858 a Birmingham.
Alla fine dell'anno Paulsen si riprese il record, giocando dieci partite a Chicago e due anni dopo, nel 1861, in esibizione a Londra arrivo' a giocare dodici partite contemporaneamente senza guardare la scacchiera.

Furono necessari quindici anni perche' il record fosse migliorato. Ci riusci' il polacco Hermann Zuckertort, che nel 1876 a Londra gioco' ben sedici partite contro i migliori giocatori dell'epoca, o almeno ritenuti tali dalle cronache di allora (risultato finale: 12 vinte, 3 pari, 1 persa).


Il record di Zuckertort duro' per venticinque anni, poi fu migliorato dallo statunitense Harry Phillsbury, allora ventinovenne. Phillsbury si era gia' segnalato come giocatore alla cieca nel 1889, quando aveva giocato senza guardare otto partite a scacchi e due a dama (alcune fonti dicono invece che le partite furono 10 a scacchi e 10 a dama), nel mentre era impegnato a giocare a carte un incontro di whist.
Nelle settimane successive Phillsbury si esibi a Chicago, dove gioco' 16 partite (11 vinte, 4 pari, 1 persa) e a New Orleans, dove ne gioco' 17 (10 vinte, 5 pari, 2 perse).
Il 28 aprile 1900 a Philadelphia, Phillsbury porto' il record di simultanea alla cieca a venti partite. Il risultato fu di 14 vinte, 5 pari e una persa in 6 ore e mezza. L'anno seguente miglioro' ancora e sali' a quota 21, in occasione del turno di riposo del torneo di Hannover; in tale occasione affronto' i giocatori piu' forti del torneo, tutti di categoria magistrale, concedendo loro di consultarsi e perfino di muovere i pezzi sulla scacchiera per analizzare la posizione! Il risultato di 3 vittorie, 11 pareggi e 7 sconfitte in 11 ore e mezza non fu quindi cosi negativo come vorrebbe la pura matematica.


A questo punto i piu' forti giocatori presero gusto a questo tipo di esibizione e gli assalti al record divennero sempre piu' frequenti.
Nel 1919 ad Haarlem, il cecoslovacco Richard Reti gioco' 24 partite (12 vinte, 9 pari, 3 perse) in 7 ore e mezza.


Nel 1921 a Kaschau, Breyer ne gioco' 25 (15 vinte, 7 pari, 3 perse).

Nel 1924 Alexander Alekhine gioco' 26 partite (16 vinte, 5 pari, 5 perse, in 11 ore e mezza) e poi nel 1925 a Parigi arrivo' a 28, con il risultato di 22 vittorie, 3 pareggi e 3 sconfitte.

Un risultato percentualmente migliore rispetto a quello di Richard Reti che il 7 febbraio dello stesso anno aveva giocato a San Paolo (Brasile) 29 partite, ottenendo 20 vittorie, 7 pareggi e 2 sconfitte.


Nel 1931 ad Anversa, Georges Koltanowski, di origine belga ma poi naturalizzato americano, gioco' 30 partite senza subire sconfitte (20 vinte, 10 pari).

Ma nel 1933 a Chicago Alekhine arrivo' a giocare 32 partite: 19 vinte, 9 pari, 4 perse il risultato finale, in 12 ore e mezza.

Passarono quattro anni ed ecco il nuovo record: 34 partite, 24 vittorie e 10 pareggi. Fu stabilito da Koltanowsky in esibizione ad Edimburgo nel 1937.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il primato passo' al grande maestro Miguel Najdorf, polacco di origine poi naturalizzato argentino, che nel 1943 a Rosario gioco' 40 partite (36 vinte, 1 pari, 3 perse) in 17 ore e mezza e poi nel 1947 a San Paolo del Brasile ne gioco' 45 in 23 ore e 40 minuti, con il risultato di 39 vinte, 4 patte e 2 perse.

Dopo tredici anni dall'esibizione di Najdorf, ovvero nel 1960, ecco dapprima l'ungherese Janos Flesch che a Budapest gioco' 52 partite (31 vinte, 18 pari, 3 perse) in 12 ore e poi ancora Koltanowsky, che il 13 dicembre al Fairmont Hotel di San Francisco ne ha giocate 56, vincendone 50 e pattandone 6, in sole nove ore e mezza.

E in Italia? Leggiamo una notizia tratta da 'La Gazzetta di Treviso', febbraio 1891.
Il signor Beniamino Vergani ha tenuto al Caffe' Roma di Treviso una accademia di 7 partite giocate simultaneamente senza vedere la scacchiera e vincendole tutte. La prodigiosa memoria e la lucidita' di mente dimostrata in questa occasione dal signor Vergani destarono tra i numerosi spettatori il piu' vivo interesse e la piu' grande ammirazione. E lo stupore degli astanti raggiunse per cosi' dire l'apogeo quando il Vergani rifece tutte le mosse di una partita per dimostrare al suo avversario gli errori commessi durante il gioco.
Noi crediamo che il signor Vergani sia il primo italiano che abbia giocato simultaneamente sette partite e lo segnaliamo alla ammirazione degli scacchisti.


Il record e' stato migliorato solo il 24 dicembre 1987 dal maestro siciliano Riccardo Gueci, che ha giocato una simultanea alla cieca contro 10 avversari (di categoria prima sociale e terza nazionale) in 5 ore e 40 minuti.


Ritmo infernale
Nel 1945 Reuben Fine gioco' 4 partite in simultanea alla cieca con l'obbligo di effettuare una mossa ogni 10 secondi; un ritmo notevole, che lo costringeva a focalizzare immediatamente ogni singola posizione. Comunque l'americano vinse tutte e quattro le partite.

Torneo alla cieca
Nel 1874 a Praga si svolse un torneo in cui tutti i giocatori giocarono tutte le partite alla cieca; vinse Jan Dobrusky con 13 punti e mezzo su 14.

Mosse a rotazione
Londra 1900. Cinque appassionati giocarono una partita alla cieca effettuando una mossa per uno. Essendo dispari ognuno effettuava alternativamente mosse con i pezzi bianchi e con i pezzi neri! Dei protagonisti di questa insolita partita sono rimasti solo i cognomi: Curnock, Johnson, Lawrence, Layzell e Turner.

Un buon dilettante
Sir Walter Parrat, organista, era in grado di eseguire una sonata di Beethoven e giocare contemporaneamente due partite a scacchi alla cieca.

Campionessa Femminile
La piu' celebre giocatrice alla cieca resta Elaine Saunders, campionessa inglese gia' a 13 anni, che nel 1936, quando di anni ne aveva solo 10, gioco' contro il padre e vinse.
 
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